Street Fighter, la recensione del live-action, tra divertimento e citazionismo

Il nuovo film di Street Fighter riesce a intrattenere nella sua anima farsesca e leggera, a patto di accettarne l'impronta senza mezze misure. Al cinema.

di Maurizio Encari
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Diciamocelo, era difficile fare peggio di uno scult come il film del 1994 con protagonisti Jean-Claude Van Damme e Raúl Juliá - un'opera che comunque viene ricordata con piacere da una certa nicchia di appassionati - ma le aspettative erano comunque poche per questo nuovo adattamento live-action di Street Fighter, anche per via dei primi trailer che avevano fatto storcere il naso ai puristi. E invece ci troviamo di fronte a un'intelligente parodia del videogioco, dichiaratamente consapevole della propria essenza farsesca e citazionista, che non si fa problemi a trattare il materiale di partenza in un'ottica estremamente leggera e cartoonesca. Un film destinato sicuramente a dividere, e non poteva essere altrimenti vista la chiara presa di posizione, ma che ci ha divertito parecchio.

Street Fighter: vivere per combattere

Nel 1987, durante il primo torneo mondiale di arti marziali, un giovane Ryu sconfigge il temibile Sagat, attirando così l'attenzione dell'oscuro Akuma. La morte di Gouken, maestro di Ryu e figura paterna anche per Ken, porta i due giovani a separare drasticamente le proprie strade: li ritroviamo sei anni dopo, con Ryu intento a condurre un'esistenza solitaria e ai margini, mentre Ken ha trasformato le proprie capacità marziali in uno strumento mediatico, diventando una star.

A spezzare le loro routine arriva Chun-Li, agente sotto copertura dell'Interpol, che preme affinché partecipino a una nuova edizione del World Warrior Tournament, organizzato dal crudele dittatore M. Bison, il quale intende riunire i migliori lottatori del pianeta per scopi ben più misteriosi di quanto lascino intuire le apparenze agonistiche. I due vecchi amici finiranno per ritrovarsi e, nonostante qualche attrito, dovranno unire nuovamente le forze per fermare la minaccia.

Round 1

Un'operazione estremamente pop e colorata, accompagnata da una colonna sonora che rompe le convenzioni sin dal prologo e da un ritmo al fulmicotone, con scene d'azione realizzate in ogni caso con tutti i crismi, slow motion efficaci inclusi. Street Fighter offre un godibile intrattenimento a tema, a patto di accettare l'impronta scelta per avvicinare la saga a un pubblico casual, con ampie dosi di ironia ad accompagnare i numerosi scontri che scandiscono le quasi due ore di visione.

Una visione densissima di personaggi che popolano l'immaginario della saga, alcuni assai fedeli alle rispettive controparti - la Chun-Li di Callina Liang è perfetta - altri resi in forma volutamente caricaturale, come Guile e lo stesso M. Bison, con Blanka che trova in Jason Momoa una versione del tutto particolare. Nei ruoli principali troviamo Andrew Koji e Noah Centineo, che, pur calcando molto la mano, danno vita a un legame fraterno relativamente credibile.

Gli effetti speciali sono di discreto livello, pur inferiori a quelli dei blockbuster contemporanei, e laddove il live action mostra i propri limiti, ecco che l'animazione rimedia, soprattutto nei flashback più articolati. La regia di Kitao Sakurai, che ricordiamo per lo scorrettissimo mockumentary Bad Trip (2021), si affida alla forza primigenia del franchise, ma trova terreno fertile nella giocosità dell'assunto, anche se la trama perde via via consistenza in favore del divertimento più sfrenato. Dietro questa esuberanza si intravede comunque un certo amore per i personaggi e per il loro background, al punto che, pur con le sue evidenti ingenuità - alcune volute, altre meno - viene difficile voler male a un film che si approccia a Street Fighter con uno spirito così ludicamente anarchico.