Sentimental Value: gruppo di famiglia in un interno secondo Joachim Trier
Un famoso regista cerca di riallacciare i rapporti con le due figlie abbandonate da piccole, mentre è intento a realizzare un nuovo film che lo riguarda da vicino. Al cinema.
Il film introduce subito lo spettatore nel cuore della famiglia Borg attraverso due sequenze emblematiche che fissano i temi cardine dell’opera. Nel prologo, una voce femminile immagina la casa di proprietà come un organismo vivo, capace di respirare e osservare, mentre subito dopo incontriamo Nora, attrice teatrale affermata, vittima di un attacco di panico nel camerino poco prima di andare in scena nella rappresentazione de Il Gabbiano di echov. Una casa che sembra avere una coscienza e un’opera che diventa fonte di terrore e riflesso interiore sono i due poli attorno ai quali si costruisce l’intero impianto narrativo, chiariti con decisione sin dai primi minuti.
Alla morte della madre, che lascia Nora e la sorella minore Agnes sole ad affrontare il lutto, riemerge improvvisamente Gustav Borg, il padre assente che aveva abbandonato la famiglia quando le figlie erano ancora bambine per inseguire una carriera cinematografica e documentaristica. Regista un tempo celebrato e oggi in evidente declino, Gustav propone a Nora di recitare nel suo nuovo film, una produzione Netflix ambientata proprio nella casa di famiglia, ancora legalmente sua. Un progetto dichiaratamente autobiografico, che vorrebbe raccontare il suicidio della nonna, segnata dalle torture subite durante l’occupazione nazista della Norvegia, ma che appare anche come un maldestro tentativo di riconciliazione mascherato da occasione professionale. Fare i conti con un passato fatto di assenze e ferite mai rimarginate, però, si rivelerà tutt’altro che semplice.
Presenze e assenze
Non vi è un'effettiva presenza a sé stante come nel magnifico Presence (2024) di Steven Soderbergh, ma a tratti si ha l'impressione che le mura domestiche abbiano vita propria, memore di quelle claustrofobie bergmaniane che ingabbiano i personaggi in prigioni invisibili dalle quali liberarsi prima che accada l'irreparabile.
Quando nel 2021 Joachim Trier presentò a Cannes La persona peggiore del mondo, terzo capitolo della cosiddetta Trilogia di Oslo iniziata quindici anni prima con Reprise (2015), difficilmente poteva prevedere l’impatto che quel film avrebbe avuto. Il successo internazionale, il premio per la migliore attrice a Renate Reinsve e la consacrazione definitiva del regista stesso presso il pubblico cinefilo hanno reso Sentimental Value uno dei titoli più attesi della scorsa stagione. Un’attesa ripagata, come dimostra il Grand Prix Speciale della Giuria ottenuto ancora una volta sulla Croisette.
Qui Trier abbandona la focalizzazione su un singolo personaggio per imbastire un affresco corale, in cui le dinamiche familiari diventano specchio di traumi generazionali e terreno di scontro tra arte e vita. La sceneggiatura, firmata ancora una volta insieme all'inseparabile Eskil Vogt, è attraversata da continue suggestioni metacinematografiche che stratificano ulteriormente le oltre due ore di visione, rendendo il racconto denso, talvolta persino soffocante, ma sempre emotivamente generoso.
Influenze e sensazioni in divenire
L’omaggio a Bergman è esplicito e dichiarato, dai rimandi visivi alla costruzione di atmosfere opprimenti che stringono i personaggi in un abbraccio asfissiante, costringendoli a confrontarsi con anni di distanza emotiva e silenzi colpevoli. Una storia dalle radici parzialmente autobiografiche, nata dal trauma personale della vendita della casa di famiglia del regista, che si trasforma in un dramma raffinato, capace però di scivolare a tratti, più o meno consapevolmente, in una forma di parziale autocompiacimento intellettuale.
L’equilibrio si complica ulteriormente quando Gustav presenta alle figlie Rachel Kemp, interpretata da Elle Fanning in una versione amabilmente stilizzata di se stessa. Giovane attrice hollywoodiana dal curriculum commerciale ma desiderosa di legittimazione autoriale, Rachel diventa l’innesco di nuove tensioni, chiamando in causa anche Netflix e l’annoso discorso sulla distribuzione in sala. Ne nasce una dinamica di manipolazione sottile, che spinge il progetto a ricalcare sempre più il ruolo originariamente pensato per Nora, mentre quest’ultima è costretta ad affrontare anche fragilità relazionali che vanno ben oltre il rapporto conflittuale con il padre.
Il cuore pulsante di Sentimental Value risiede così nello scavo del legame tra le due sorelle e quel genitore assente, a cui viene finalmente chiesto il conto di anni di mancanze. Un confronto sorretto da interpretazioni di altissimo livello. Renate Reinsve conferma un talento ormai indiscutibile, mentre Inga Ibsdotter Lilleaas sorprende nel dare ad Agnes una personalità autonoma e incisiva, capace di emergere anche all’interno di un nucleo attoriale così ingombrante. A completare il quadro c’è d'altronde Stellan Skarsgård, patriarca fragile e ambiguo, reduce dalla vittoria ai Golden Globe e sempre più lanciato, con pieno merito, verso gli Oscar. Un trio di personaggi memorabili e umanissimi, che tengono sempre alta la tensione nervosa, tra momenti più cupi e altri più teneri, nel tentativo di rinsaldare quel legame di sangue affievolitosi nel corso del tempo.