Recensione Instant Family

Si ride e si piange nel nuovo dramedy di Sean Anders

di Aida Picone

Preparatevi a ridere e a piangere, perché oggi in sala arriva al nuova dramedy di Sean Anders: “Instant Family”. Una storia che parla degli alti e bassi della genitorialità, analizzando in chiave ironica le difficoltà che questa comporta quando è frutto di un’adozione.


Pete (Mark Wahlberg) e Ellie (Rose Byrne), un po’ per sfida, un po’ per rompere la monotonia decidono di mettersi in gioco avviando le pratiche per diventare una famiglia affidataria. Dopo otto mesi di corso, iniziano a cercare tra i ragazzini immessi nel “sistema” della loro città qualcuno alla quale poter dedicare le loro attenzioni. Trovano così Lizzie (Isabela Moner), una ragazza di 15 anni, che cerca casa insieme ai suoi due fratelli. Una volta espressa la loro preferenza, dopo aver conosciuto di ragazzi, Pete e Ellie non riescono a tirarsi indietro, decidendo di prendere in affido tutti e tre i ragazzi. Dall’oggi al domani le loro vite vengono completamente sconvolte e, una volta passata la “luna di miele”, le complicazioni iniziano ad arrivare. Cercare di essere genitori di ragazzini che hanno già il loro carattere, i loro ricordi, le proprie difficoltà si rivela un compito decisamente complicato per la coppia, ma Omnia vincit amor.

Per la genitorialità non esiste di certo un manuale; e il film, con chiave ironica, racconta come tutti i corsi o i libri del mondo non potranno mai preparare un individuo per quello che verrà. I figli sono delle variabili incognite che hanno la capacità di sconvolgere la vita di chi li accoglie, biologici o adottati poco importa. Per i secondi, si sa, ci sono maggiori difficoltà. La storia che un ragazzino orfano, o tolto dalla famiglia di appartenenza, porta con se è qualcosa di estremamente delicato che va tenuto in conto nel corso della sua educazione.


screenshot

Il tutto non viene dato per scontato all’interno del film. Viene così mostrato come il legame con il passato, soprattutto per la maggiore dei tre, sia quasi insolubile; un ancoraggio che proietta aspettative su quello che potrebbe essere il domani. Il tornare dalla famiglia biologica, il rischiare di essere abbandonati dalla nuova famiglia affidataria, sono tutti aspetti che mutano l’individuo facendogli costruire corazze che possono essere dure da superare. Non tutte le adozioni hanno successo e questo viene fatto notare tra le righe: il più delle volte la famiglia affidataria si tira indietro dopo le prime difficoltà; gli adolescenti non vengono scelti perché più problematici; altre volte i ragazzini ricadono sugli stessi problemi nella quale i genitori biologici li avevano coinvolti.

E l’ironia con cui la diverse esperienze genitoriali vengono affrontate conferisce all’intero arco narrativo la forza di emozionare e di coinvolgere il pubblico in sala. Viene così dipinto uno spaccato di vita quotidiana nella quale vengono pennellate le paure, il dolore e le gioie. Mostrando come, passo dopo passo, i figli diventano parte di chi li sta crescendo sentendo orgogliosi quando arriva l’agognato appellativo di mamma o papà.

Il cast gioca un ruolo fondamentale, Mark Wahlberg unito a Rose Byrne creano sullo schermo una grande chimica familiare. L’intercambio tra poliziotto buono e cattivo diventa la vera forza tra i due, così come in ogni famiglia biologica, mettendo in scena il timore del non essere all’altezza. Da citare sono sicuramente Octavia Spencer e Tig Notaro, le coach del corso per l’affido che costituiranno uno degli elementi comici leganti vari eventi nella storia. Il tutto viene ben confezionato dalla scrittura lineare che il film possiede, ma del resto le commedie di Anders sono sempre ben rifinite e questa affronta il suo tema centrale con consapevolezza e un discreto attacco alla realtà.