Non potendo più romanticizzare la moda, Il Diavolo veste Prada 2 passa al giornalismo
A vent’anni dal primo capitolo, Miranda, Nigel e Andy non si battono più per le griffe, ma per il morente giornalismo.
Il Diavolo veste Prada 2 ha una sola, straordinaria intuizione: quella di togliere la moda dal centro del suo racconto,lasciando che siano outfit e scenografie a raggiungere la quota glamour richiesta al sequel del film del 2006. D’altronde anche la prima pellicola prendeva il sistema moda e il suo racconto mediatico come cornice per poi andare a raccontare un ambito lavorativo iper-competitivo e governato da sue gerarchie e logiche incomprensibili da un punto di vista esterno, la cui apparente arroganza nascondeva al contempo una grande professionalità da un lato e il peggio che il capitalismo e la misoginia possano partorire nelle loro liaison editoriali dall’altro.
Il vero colpo di genio del sequel, accuratamente celato da una campagna promozionale che ha svelato tutto il resto, è che la moda se ne sta in un angolo. Al centro della scena c’è un tema gettonatissimo dal cinema autoriale e mainstream nell’ultimo ventennio: la morte del giornalismo “tradizionale” e dell’etica che in teoria porta con sé. La carta stampata che diventa poco più che carta igienica, un supporto cartaceo diventato vezzo di figure come la ritrovata Miranda Priestley(Meryl Streep) e del fido Nigel (Stanley Tucci). Cariatidi un po’ appannate e meno carismatiche di un tempo che mentre il mondo crolla attorno a loro trovano consolazione nell’incaponirsi nel futile esercizio di scegliere la foto perfetta per la copertina perfetta dell’edizione patinata della rivista per cui lavorano, archiviata in un paio di click sui social.
Il giornalismo è in fin di vita, ma sempre glamour, ne Il Diavolo Veste Prada 2
Non stupisce dunque che la stampa sia moderatamente entusiasta di un film che si apre con un’esperienza quasi triggerante per chi fa questo lavoro: la chiusura improvvisa della propria testata, che per Andy (Anne Hathaway) arriva a braccetto con un grande traguardo di carriera. Raccontato nel piccolo del suo cinismo, questo sequel sembra delizioso per come spinga Andy, ancora una volta per necessità, a stringere un nuovo patto col diavolo, scambiando il peso della propria rispettabilità con quello di uno stipendio doppio rispetto a quanto le garantiva il giornalismo “serio” con cui ha costruito dell’autorevolezza.
Non che Runway, l’iconica rivista che dirige Miranda, se la passi meglio: budget tagliati, risorse umane agguerrite, nuove leve che non sanno o non capiscono cosa è stata un tempo. Tanto che la direttrice ora è costretta ad appendersi la giacca da sola alla gruccia in ufficio. Andy e Miranda si ritrovano così a lavorare insieme, nella speranza di traghettare la rivista fuori dall’ennesima bancarotta editoriale. Nel mezzo c’è un evento promozionale nel quadrilatero della moda milanese, il rapporto di co-dipendenza economica e reputazionale tra marchi e testate (Dior ora è capitanata da una Emily Blunt ancora più nevrotica di un tempo) e almeno un paio di maschi miliardari la cui visione del mondo è così emotivamente scarna e unicamente votata a un profitto da far rimpiangere quella parvenza di sentimento dietro la peggior sfuriata della vecchia Miranda.
Miranda e Andy sono personaggi peggiori di come le avevamo lasciate
La nuova Miranda invece è un personaggio mal gestito, salvato solo da una Meryl Streep generosa nel concedersi a quel che il film le chiede, che in buona sostanza è tutto e il suo contrario. Finge o davvero non ricorda? È demenza senile o studiata freddezza, alternata a momenti di bontà fuori luogo, a scoramenti, a essere passiva, quasi sottona? Il film non sa dare una direzione precisa al personaggio, chiamato a mettere su un siparietto cattivo di tanto in tanto, ma senza un qual tipo di involuzione, evoluzione o anche solo stasi personale. Il problema di fondo è che questo film gioca col cinismo tanto quanto con il citazionismo, non riuscendo però mai ad essere davvero incisivo. La cattiveria è sostituita con un romanticismo talvolta fuori luogo riguardante proprio i media e incarnato da Andy. Una che ha dedicato la vita al giornalismo, ma che il film suggerisce sia dove sta non esattamente per meriti suoi. Il mondo descritto da questo film ha ai margini una realtà spaventosa nella sua verosimiglianza, fatto di gente disposta solo a leggere stupidaggini, di contenuti effimeri e senza importanza, della continua necessità di mediare lo slancio artistico e informativo alle concessioni necessarie a sopravvivere.
Eppure Andy in qualche modo è davvero la bussola morale del film e al contempo una bambina protetta e coccolata da Nigel, da Miranda e persino dal film stesso. Una pellicola che usa come pretesto la bruttezza e la cattiveria del nostro mondo, però proteggendone i protagonisti dalle ricadute. Andy può rimanere integerrima perché il film le mette accanto l’unico palazzinaro “etico” di tutto New York, che gli edifici li comprano per ristrutturarli, ma per salvarli (sic). Uno con un mestiere in teoria moralmente ambiguo, ma ripulito quel tanto che basta da consentirle di trovarsi una casa senza passare dalla parte dei privilegiati. La vediamo battere sulla tastiera del suo laptop fino a tarda sera, come a esemplificazione della durezza del lavoro. Eppure stavolta nessuno la bacchetta quando la sua arroganza la porta a scrivere pezzi belli ma poco letti. Quando le metriche non le danno ragione, ecco che porta a casa l’intervista più desiderata da anni con un paio di telefonate. Se c’è qualcosa in cui Il Diavolo veste Prada 2 crede davvero, se non altro, è il potere taumaturgico di una telefonata.
Tutto questo però può interessare un pubblico che, per sua fortuna, con questi drammi editoriali fatti di engagement, contenuti sull’orlo della sponsorizzazione continua e redazioni che chiudono ha poco o niente a che fare? Meryl Streep era a sua volta già fata madrina dell’editoriale in The Post, poi c’è stato il beniamino degli Oscar Spotlight e le tantissime monografie dedicate a giornalisti di guerra, giornalisti d’assalto, giornalisti d’inchiesta e poi giornalisti senza lavoro. Forse il giornalismo è davvero morto quando è entrato nel novero dei mestieri - come la fioraia, la libraia, la commessa della caffetteria - romanticizzati dalle commedie romantiche irrealistiche, proprio come questo film.Mestieri spesso in crisi, di cui non si sente il bisogno ma di cui “manca” l’artigianalità. Siamo insofferenti verso il giornalismo, la critica, eppure al tempo stesso manca quella sensazione di autorevolezza, integrità. E siccome ora il film è dalla parte della moda e non può discutere della morte di quell’artigianità, di quel saper fare, del valore percepito, presunto e autentico dietro un grosso marchio apposto su una piccola borsa, ecco che trova la sua anima dentro il giornalismo, in una rivista che la Andy di vent’anni fa disprezzava proprio per i suoi contenuti, di cui a ben vedere non si è mai parlato.
Il Diavolo Veste Prada 2 è un prodotto di bassa fattura
Invece ora gli editoriali di Runway sono l’ultimo baluardo del giornalismo rimasto. Un po’ come il film stesso, che ora che avrebbe le risorse e i mezzi per ambire a una fattura inavvicinabile all’originale, viene messo in ombra dal confronto. È tutto fatto un po’ peggio per aspetto e fattura (a partire dalla tremenda fotografia e dal montaggio impreciso). È tutto più finto, a partire dai volti innaturalmente levigati delle protagoniste: fa quasi ridere come Emily s’impunti a criticare le sopracciglia di Andy “che sono rimaste le stesse” quando il volto abbastanza inamovibile di entrambe è profondamente differente. Sono finte le interazioni, finti e prevedibili i colpi di scena, povera una sceneggiatura che avrebbe quelle due o tre idee ficcanti per tirar fuori un grande film ma non si disturba a farlo perché non ne ha bisogno. Il sequel è già un evento in sé, si vende da solo e nessuno sembra disturbarsi più del minimo sindacale per renderlo speciale.
L’unica che ci mette una dose di autenticità è Lady Gaga nei panni di sé stessa, uno dei tantissimi camei che popolano il film. E l’unica a sobbarcarsi l’onere di un ruolo in contrapposizione con Miranda, a non chiedere di essere elogiata ma anzi a essere in aperto conflitto con la direttrice di Runway, cedendo ai suoi ricatti ma facendovi riferimento con pacata onestà. C’è più verità in una Lady Gaga che ammette di esibirsi gratuitamente per non perdere la possibilità di apparire sulle future cover della rivista che in tutto quello che il film dice sul resto del mondo editoriale più glamour.