Fjord è uno dei pochi film di Cannes che non ha paura di affrontare il nostro presente complicato
La storia (vera) raccontata dal regista romeno Cristian Mungiu risuona con forza per le tante similarità con la cronaca di costume italiana.
Una famiglia straniera con i suoi numerosi figli decide di trasferirsi in una regione remota di un paese dalla cultura molto differente dalla propria e dalla visione radicalmente diversa di vita e valori educativi. Una serie di episodi apparentemente marginali dà però il via a una contesa con i servizi sociali che infiamma prima le aule giudiziarie e poi i media, senza offrire facili risposte dal punto di vista politico e sociale, soprattutto per come il caso viene manipolato dalle istituzioni coinvolte. È il riassunto di un noto fatto di cronaca giudiziaria italiana o la trama del nuovo film del regista romeno Cristian Mungiu?
La seconda, con un minimo di selezione a monte per far “quadrare” la descrizione. Il caso raccontato dal regista Palma d’Oro per Quattro mesi, tre settimane, due giorni (ispirato liberamente a un caso giudiziario norvegese) è ancora più sfumato e meno incline alle letture semplicistiche, perché il discrimine sta proprio nel diverso valore che la cultura romena e quella nordica attribuiscono a gesti come schiaffi e sculacciate. Nella famiglia Gheorghius (padre romeno e madre norvegese, missionaria cattolica profondamente osservante) vengono considerati strumenti educativi da usare con cautela per correggere i figli. Per insegnanti e assistenti sociali norvegesi coinvolte nella vicenda, invece, ogni contatto fisico equivale a un abuso perseguibile penalmente.
Mungiu non evita di mostrare l’episodio che scatena la vicenda: fratello e sorella si spingono sulle scale, rischiando di rovesciare acqua bollente sulla madre e sul fratello neonato. La donna interviene bruscamente per dividerli e li mette in punizione. Non è chiaro però se i lividi che la ragazzina mostra il giorno dopo siano stati causati dalla colluttazione col fratello, dall’intervento della madre o ancora dalle attività di educazione fisica. Per scuola e servizi sociali, però, è già troppo tardi: i figli vengono allontanati dalla famiglia e prende il via un doppio procedimento, civile e penale, per stabilire se ci sia stato dolo e se i genitori possano riottenere la custodia dei figli.
Le vicende relative a genitorialità e assistenti sociali non sono nuove nel cinema d’autore, spesso incline a posizioni molto critiche - quando non apertamente arbitrarie - verso sistemi che cercano di bilanciare tutela dei minori e comprensione di dinamiche economiche, culturali e sociali estremamente complesse. Viene in mente per esempio Listen di Ana Rocha de Sousa, film fortemente schierato che ritraeva gli assistenti sociali come figure quasi mostruose, pronte a strappare i figli ai genitori al primo errore. Anche certa cronaca tende spesso a ridurre casi complessi a una reazione “di pancia”, rivendicando per i genitori un’autonomia decisionale assoluta.
Mungiu parla di famiglia senza semplificazioni
Mungiu però non è un regista interessato alle semplificazioni. Il suo approccio è quasi farhadiano nel modo in cui espone la questione in tutta la sua drammatica complessità. L’unica certezza che emerge da Fjord è che entrambe le parti coinvolte partono da posizioni ideologiche inconciliabili, destinate inevitabilmente a scontrarsi con l’ideale nordico di una società multiculturale inclusiva, in cui culture ed etnie differenti possano convivere. Ma cosa succede quando una minoranza culturale e religiosa porta con sé pratiche educative considerate criminali nel paese che la ospita?
Mungiu si pone questa domanda e costruisce un film molto lungo, ma mai inutilmente dilatato, che allarga progressivamente il discorso a questioni di genere, età, aspettative sociali e religione. Quel che emerge chiaramente è che la posizione della famiglia Gheorghius sia per molti versi estrema, data l’impostazione ultraortodossa della loro vita quotidiana. I figli crescono immersi in una cornice culturale rigidamente religiosa: dalla musica che imparano ai quiz educativi proposti dai genitori, fino alla preghiera serale quotidiana. Eppure i genitori non finiscono sotto processo per aver escluso i figli dalla cultura contemporanea, dall’accesso a Internet o per aver insegnato loro che l’omosessualità sia un peccato, ma per un gesto interpretabile in modi molto diversi.
Allo stesso tempo, sul procedimento pesa inevitabilmente anche il contesto religioso della famiglia, soprattutto quando il padre, esasperato dall’attesa di una decisione da parte delle autorità norvegesi, decide di chiedere aiuto ai gruppi politico-religiosi conservatori del suo paese d’origine. Il caso viene così trasformato in una battaglia ideologica e mediatica europea, con le minoranze religiose che accusano lo stato nordico di tutelare soltanto chi aderisce alla propria visione laica e progressista della società.
Mungiu mostra però anche come questa escalation venga favorita da un sistema non privo di bias culturali e venature xenofobe. Il padre viene interrogato senza interprete né avvocato e, di fronte a una perplessità linguistica, viene spinto a firmare un verbale ambiguo che diventa il punto di non ritorno dell’intera vicenda. A rendere sospetta la famiglia agli occhi della comunità locale è soprattutto il modo in cui il loro modello familiare viene interpretato da una società profondamente laica e progressista. C’è inoltre una sfumatura culturale molto interessante nella coppia multiculturale formata da una donna norvegese e un uomo romeno: la vocazione religiosa e missionaria di lei finisce paradossalmente per rafforzare e consolidare la visione patriarcale di lui.
Mungiu usa pochi, memorabili tocchi di regia in Fjord
La famiglia Gheorghius viene spesso messa in contrasto con quella dei vicini norvegesi, la cui moglie finirà per lavorare alla difesa della coppia accusata durante il procedimento civile. Anche qui, però, Mungiu sottolinea ipocrisie e contraddizioni: una figlia adolescente in evidente difficoltà emotiva, un nonno infermo che si chiude sempre più in sé stesso sentendosi ignorato dalla nuora. Nessuno di loro, però, viene sottoposto allo stesso livello di scrutinio riservato ai Gheorghius, se non attraverso la lente del regista.
Fjord è soprattutto un film di scrittura e interpretazioni, dove solo a tratti Mungiu ricorda di essere anche un grandissimo regista visivo. Quando succede, però, il film diventa immediatamente memorabile. C’è per esempio la scena (tra le migliori viste in questo Cannes) della conversazione tra la madre dei Gheorghius e le assistenti sociali venute a comunicarle che i suoi figli saranno affidati a una casa famiglia. A un certo punto, fuori dalla finestra, inizia a sventolare una gigantesca bandiera norvegese: un’immagine semplicissima ma devastante, che sintetizza immediatamente il peso del sistema sulla famiglia e la sensazione che ogni gesto dei Gheorghius venga ormai interpretato come una possibile prova contro di loro.
Ci sono poi un paio di momenti in cui enormi valanghe si staccano dal ghiacciaio che domina la scuola locale, costruita per resistere ai disastri naturali. Sono immagini che raccontano perfettamente la quiete apparente di una comunità che osserva il progressivo disfacimento di questa famiglia senza mai davvero intervenire. L’unica speranza, forse l’unica possibile forma di conciliazione, emerge dal rapporto tra l’adolescente norvegese ribelle e la giovane figlia dei Gheorghius, pacata e giudiziosa. Una relazione fatta di complicità e affetto, non a caso osteggiata sia dall’ambiente progressista sia da quello conservatore: l’unico vero segnale di come un equilibrio possa esistere soltanto se entrambe le parti sono disposte a cambiare almeno un po’.