Cell

di Francesca Perozziello
Tratto dall'omonimo romanzo di Stephen King, arriva il thriller che vede insieme John Cusack e Samuel L. Jackson. Lo stesso Cusack, che della pellicola é anche produttore esecutivo, é il protagonista di questo sci-fi tecnologico incentrato sull'uso (e abuso) dei cellulari. Non si tratta né del primo e di certo neanche dell'ultimo adattamento cinematografico di un'opera di King, che dall'horror al romanzo di formazione può vantare un discreto numero di libri trasformati in film.

Nell'aeroporto di Boston, Clay Riddell sta per prendere l'aereo che lo riporterà a casa. Illustratore di graphic novel, Clay vive da più di un anno lontano dalla moglie e dal figlio, dei quali sente la mancanza. Attorno a lui, passeggeri in partenza o di ritorno per varie destinazioni, tutti accomunati dallo stesso elemento: l'uso compulsivo del cellulare. Nel bel mezzo di una telefonata con la famiglia, Clay si trova costretto a utilizzare un telefono pubblico. E mentre é alle prese con questo obsoleto apparecchio, le persone che lo circondano vengono colpite, nello stesso istante, dalla stessa epidemia. La fonte del contagio? I cellulari, ovviamente.



Non zombie tradizionali, nell'horror di King, ma zombie tecnologici. Un contagio che passa attraverso i telefoni e le onde elettromagnetiche, giocato sulla schiavitù da smartphone che sembra non lasciare immune nessuno. Se pensiamo che il libro é stato scritto nel 2006, la trama di Cell ha un che di profetico, vista la presenza invadente e irrinunciabile che i cellulari sono riusciti a conquistare nella vita di tutti.
Horror sì, ma anche un interessante analisi sociale del cittadino americano medio e in generale del cittadino del mondo globale, attanagliato dalla tecnologia in ogni momento della giornata. Non a caso, uno dei primi contagiati dal "morbo" non rinuncia al contatto con il proprio cellulare neanche quando é in bagno.

L'aspetto più convincente del film é sicuramente la sua componente filosofica, la riflessione arguta sull'utilizzo del cellulare in tutte le sue declinazioni. Contagiati da un segnale trasmesso dai telefoni, gli zombie vengono colpiti da un folle istinto omicida, un desiderio di sangue che li porta ad accanirsi contro chi non é stato toccato dall'epidemia. Privi di coscienza individuale e dell'uso della parola, gli zombie si muovono come gigantesco stormo di uccelli, pronti a seguire un ordine comune e a comportarsi nello stesso, identico modo.
Anche qui, emerge chiaramente la massificazione di usi, consumi e bisogni che porta tutti a desiderare le stesse cose, senza neanche sapere perché.



Se questa prima componente é l'aspetto vincente del film, l'aspetto più propriamente horror non può vantare la stessa efficacia. Un po' perché sappiamo benissimo quando aspettarci lo zombie che spunta da dietro l'angolo, un po' perché non viene approfondita l'origine dell'epidemia. La mancanza dell'indagine su chi sia o siano i mandanti di questa follia collettiva (ammesso che ce ne siano), fa sì che il film si adagi comodamente su alcune scene piuttosto crude, senza lasciare spazio a ipotesi e risposte sull'origine dell'epidemia. Buone premesse, ma l'horror da solo non basta, per appagare il desiderio di saperne di più che nasce inevitabilmente nello spettatore.

Samuel L. Jackson, dismessi per un attimo i panni di Nick Fury, incarna da solo volti e contraddizioni dell'America contemporanea. Reduce della guerra del Vietnam, lavoratore onesto colpito dalla crisi del 2008, Tom é perfettamente consapevole che la vita sia piena di insidie di ogni genere. Anche qui, un maggiore approfondimento su questo co-protagonista non sarebbe certo guastato, ai fini della trama.

Quanto al protagonista vero e proprio, un John Cusack di nero vestito, c'é un'interessante lettura dell'arte come mezzo profetico, capace di intercettare gli avvenimenti negativi prima che accadano. Questo non si traduce in un vantaggio da parte di Clay, anzi, ma comunque fa di lui il leader quasi naturale della lotta al contagio.