Teenage Sex and Death at Camp Miasma conferma che Jane Schoenbrun plasmerà il futuro del cinema
La voce di I Saw the TV Glow torna con un film che ne conferma la capacità di tessere nostalgia e riflessione metaletteraria in un film di genere horror. La spontaneità però è stata sostituita con una consapevolezza a tratti irritante.
Dopo I Saw the TV Glow, le aspettative su Teenage Sex and Death at Camp Miasma erano altissime. Si sentivano nell’aria già entrando in una sala Debussy gremita fino ai gradini, con accreditati seduti ovunque pur di non perdersi il film, piazzato con grande arguzia da Frémaux come apertura di Un Certain Regard. Considerando il cast da Hollywood alternativa e hipster - Hannah Einbinder, Gillian Anderson, Zach Cherry, Dylan Baker - e l’impianto horror del progetto, non è esagerato dire che, tra i cinefili più giovani, abbia oscurato perfino l’apertura “ufficiale” del festival. E c’è un motivo se attorno a Schoenbrun si parla già di voce generazionale: la sua produzioneha il raro merito di andare davvero in una direzione diversa, di parlare a due generazioni vicine ma spesso in conflitto, usando gli stessi riferimenti culturali come una lingua segreta e un modo di stare al mondo.
Qui però quella promessa si fa anche più tirata, più controllata, quasi più consapevole di sé del dovuto. Se I Saw the TV Glow aveva la forza di una febbre emotiva e di un’urgenza quasi disperata, T**eenage Sex and Death at Camp Miasmasembra più interessato a mostrare quanto sa di essere intelligente che a lasciarsi andare davvero.** Il film si apre con una Hannah Einbinder in stato di pura eccitazione per aver trovato, in una vecchia stazione di servizio, il DVD di uno dei sequel migliori di Camp Miasma, l’horror franchise fittizio che dà titolo al film. Interpreta Kris, un’autrice e regista che si è fatta notare per aver girato “un remake di Shining dal punto di vista della tenda della doccia”, e già lì Schoenbrun mette sul tavolo tutto: il gusto per il paradosso, la lettura queer e trans del cinema di genere, il piacere di rifare un immaginario dall’interno invece che limitarsi a commentarlo. Kris ha davanti la sua occasione: Hollywood vuole trasformare il vecchio franchise di Camp Miasma in una nuova IP spendibile, ma per farlo deve ripulirne le origini transfobiche e gestire la mediocrità degli infiniti sequel arrivati dopo, dando al violentissimo villain Little Death una origin story che ne giustifichi la cieca sete di sangue. Nei titoli iniziali, il film fa subito capire che parlerà anche del suo stesso ecosistema: VHS, videogiochi, gadget, merchandise, tutto il piccolo universo di rottami culturali che un film di culto si trascina dietro quando smette di essere solo un film e diventa un oggetto di devozione.
La cosa migliore, comunque, resta la capacità di Schoenbrun di costruire un mondo che odora di memoria vera, di feticcio, di archivio emotivo. Quando Kris chiede un lettore DVD per rivedere il film, il receptionist tira fuori un apparecchio impolverato che sembra vecchio quanto le VHS e quanto il proiettore in pellicola con cui il film fondativo della saga verrà poi visto di nuovo. È un cinema che sa bene come guardare i supporti e i rituali del passato, ma anche come trasformarli in qualcosa di desiderabile ed “estetico”, quasi in una posa generazionale. Ed è qui che si sente il primo attrito: Schoenbrun è forse la voce cinematografica che più di altre ha saputo costruire un immaginario basato sull’home video, ma lo fa con uno sguardo che sta contemporaneamente dentro e fuori quel mondo, come se guardasse una nostalgia che già sa di essere stata museificata.
Nel cinema di Schoenbrun tutto parla d’identità in trasformazione, e qui questa tensione si sente in modo più netto che altrove. Kris prova ad avvicinare Billy, l’enigmatica protagonista di Camp Miasma, ritirata a vita privata subito dopo quel film. La missione dovrebbe essere semplice: intervistarla, convincerla magari a fare un cameo nel nuovo reboot, usare il passato per riattivare il franchise. Ma Billy non è soltanto un’ex attrice horror: è una figura ossessiva e caparbia, intrappolata nel mito del proprio film come una Norma Desmond più stralunata, più ironica e insieme più seducente. Vive nel campeggio abbandonato dove il film fu girato, oggi coperto dalla neve, e passa il tempo a rivedere la pellicola con un proiettore e a dipingere quadri allegorici su Little Death. Il suo modo di stare in scena è sopra le righe, grottesco, vagamente incoerente: turbante, vestiti da casa, pollo fritto da asporto, mini cereali, merendine da supermercato. È lei a cercare di incrinare l’iper-consapevolezza di Kris, ma alla fine è il film stesso che continua a guardarsi allo specchio con una sicurezza un po’ troppo compiaciuta.
In questo stadio il film mostra il suo limite, o almeno il suo lato più irritante. Teenage Sex and Death at Camp Miasma mette insieme molte cose, quasi tutte con il prefisso “meta” davanti, ma quando prova a diventare corpo, emozione, urgenza, non sempre regge la stessa intensità. È un horror volutamente esagerato, pieno di sangue rosso brillantissimo e di paesaggi che diventano fondali pittorici nei quadri di Billy; è anche un film costruito con un’estetica da low budget che tenta continuamente di nobilitarsi da sola, come se la consapevolezza bastasse a far scattare la magia. E proprio la consapevolezza è la sua arma e il suo problema: Schoenbrun sembra voler ribaltare il camp non attraverso l’ingenuità o la perdita di controllo, ma attraverso una lucidità quasi eccessiva sui meccanismi che producono quell’effetto. Il risultato è brillante, certo, ma a tratti anche un po’ troppo cosciente di voler esserlo.
L’espressione inside baseball sembra inventata apposta per questo film. Teenage Sex and Death at Camp Miasma nasce chiaramente dentro circoli sociali e parasociali come Letterboxd, le tote bag di Mubi e Film Twitter: luoghi in cui si analizza ossessivamente il valore allegorico di una scena di un horror a basso budget che, magari per caso, magari per necessità, è diventato un simbolo di queer awakening per intere generazioni. L’arte di oggi è sempre più pensata a misura di fan, nel senso più internet-based del termine, e il film di Schoenbrun si muove proprio lì, nel punto in cui il desiderio di leggere tutto finisce per diventare esso stesso un sistema di appartenenza. Il problema è che mentre ironizza su questa ossessione, il film ci cade dentro con entusiasmo quasi identico.
Vederlo a Cannes accentua tutto questo. La sala ride quando la protagonista sussurra, estasiata, “split diopter”, perché riconosce non solo la lente ma anche il gesto cinefilo un po’ arrogante e un po’ innamorato che quel termine porta con sé. Restano invece più silenziosi i passaggi che evocano Norma Desmond, e lì si avverte una frattura generazionale quasi fisica: il film parla anche di un rapporto con il cinema del passato che, per chi ha qualche anno in più, non è solo repertorio ma memoria viva (facendo sorgere il sospetto che stia tramontando la rilevanza culturale di Billy Wilder). In questo senso Teenage Sex and Death at Camp Miasma funziona anche come rifacimento di Viale del tramonto nell’epoca delle IP zombie e del culto del culto, ma Schoenbrun sembra più interessata a dichiarare la propria intelligenza che a permettere al film di essere autentico, vivo.
Essere il pubblico ideale di un film - anche se forse ormai un po’ fuori target anagrafico - rende più difficile ammettere che qui l’urgenza e il trasporto del lavoro precedente sono stati sostituiti da un gioco di rimandi molto più controllato, molto più consapevole, molto più autocelebrativo. La pellicola ha dalla sua due protagoniste straordinarie, che si divertono moltissimo ad amplificare la dimensione ironica ed erotica del materiale di partenza. Ma mentre I Saw the TV Glow partiva da una grammatica simile per parlare di un’esperienza intima, profonda, quasi devastante, Teenage Sex and Death at Camp Miasma preferisce spesso la brillantezza dell’operazione alla necessità di scavare davvero sotto la superficie. Il suo limite, alla fine, è proprio quello di credersi più intelligente di quanto riesca a essere.
Eppure, nel momento in cui lascia intravedere una vulnerabilità meno controllata, quando il gioco cinefilo si incrina e il film smette di voler spiegare tutto, allora sì, per un istante, torna a farsi vivo. È lì che si sente davvero qualcosa di personale, ed è lì che il film trova il suo scarto migliore. Quando la protagonista si spoglia non solo dei vestiti ma anche della propria ironia, racconta con una fragilità rara cosa significhi scoprire una nuova parte di sé e del proprio desiderio abitando i panni di un personaggio di un film. È un passaggio potente proprio perché lascia intravedere la vulnerabilità di chi lo costruisce, Schoenbrun, che per una volta sembra riflettere non tanto sul cinema del passato e la sua importanza, quanto sulla sé che a quei film ha assistito. “Maybe too much horror movie fucked me up”, dice la protagonista, ed è finalmente in quel dubbio (non nelle granitiche certezze cinefile del resto della pellicola) che Teenage Sex and Death at Camp Miasma dà il meglio di sé.