28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa apre l’anno cinematografico come il migliore degli auspici e un Ralph Fiennes bestiale
La saga di 28 Anni Dopo continua a dimostrare di meritarsi la sua nuova trilogia con un secondo capitolo tonalmente differente dal primo ma forse ancor più entusiasmante.
Se il buon anno cinematografico si vede dall’avvio di gennaio, 28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa promette davvero una grande annata per il 2026. Il secondo capitolo della nuova trilogia che espande l’universo nato dal film di Danny Boyle è, senza troppi giri di parole, entusiasmante. A questo punto diventa difficile contestare che dietro l’operazione di revival del franchise horror non ci sia soltanto un calcolo commerciale, ma un progetto sostenuto da idee fresche, da un immaginario coerente e disposto a intervenire a fondo sulla storia originaria per portarla ad esplorare nuove tematiche, con un palese impegno, un coinvolgimento autentico di autori e interpreti.
La sorpresa più evidente di questo capitolo è il radicale cambio tonale rispetto al predecessore. Il primo 28 Anni Dopo aveva diviso proprio per la sua capacità di innestare un forte trasporto emotivo in una cornice horror dominata dagli zombie: una storia di legami familiari, di genitorialità (paterna e materna) che arrivava a momenti di lirismo inattesi. Il Tempio delle Ossa ne è il diretto proseguimento in chiave temporale e geografica, ma sceglie una strada diversa: è più orrorifico, più violento, più esplicitamente splatter, e al tempo stesso attraversato da una vena ironica sorprendente. Non si prende troppo sul serio, tranne quando è necessario farlo e, spesso, sfocia in una buffa tenerezza figlia del desiderio di alcuni personaggi di proteggerne e aiutarne altri. Il tema della paternità non scompare, ma viene declinato in forme deviate, talvolta grottesche, ma che confermano quanto sia cruciale come siamo stati cresciuti per stabilire chi potremmo diventare.
Padri, figli e mostri
La sceneggiatura di Alex Garland costruisce un affresco complesso, affidato a personaggi originali e imprevedibili che finiscono inevitabilmente per scontrarsi. Nella prima parte del film Jack O’Connell domina la scena, relegando a un ruolo marginale l’ex protagonista Spike (Alfie Williams), risucchiato nella grottesca e settaria “famiglia acquisita” di Sir Lord Jimmy Crystal. Jimmy è una figura disturbante: una sorta di profeta satanista che pratica una carità perversa tra i sopravvissuti umani agli zombie, traumatizzando i ragazzi che lo seguono e che, non avendo memoria del mondo “di prima”, credono ciecamente ai suoi deliri. Padre, leader e insieme “figlio della Bestia”, Jimmy incarna il trauma ereditato dal padre sacerdote, che chiudeva simbolicamente il film precedente.
Jimmy è legato, in modo più profondo di quanto sembri, a Samson (Chi Lewis-Parry), il gigantesco zombie Alpha (e padre che ha perduto il figlio) che il dottor Kelson riesce a sedare alla fine del primo film. Ed è proprio Kelson, interpretato da Ralph Fiennes, a rivelarsi il vero protagonista de Il Tempio delle Ossa.
Il dottore filosofo solitario, che venne introdotto come un pazzo, si conferma come forse l’unico sopravvissuto ancora in pieno controllo mentale e fisico: ricorda poco del mondo tecnologico di prima, dato che a mancargli sono soprattutto le connessioni umane che il suo gigantesco ossario rappresenta.
Il rapporto che sviluppa con Samson prende una piega inaspettata, quasi paterna, talvolta persino buffa, permettendo alla mitologia dell’infezione di avanzare e al film di scolpire un personaggio memorabile, tratteggiandolo attraverso la sua quotidianità fatta di musica, letture, esperimenti scientifici, e "chiacchierate" unidirezionali con Samson.
Studioso, pensatore, guidato da una morale istintiva ma anticonformista, Kelson è una figura di speranza in un mondo di padri fallimentari, prima e dopo il virus. Con tutte le sue eccentricità, la passione per i Duran Duran, l’attitudine nudista, l’approccio quasi sciamanico alla medicina, diventa il cuore etico del film.
Fiennes sciamano e satanista dà una performance memorabile
Nel passaggio più memorabile del film, una sequenza potentissima sulle note più “sataniche” degli Iron Maiden, Fiennes dimostra di poter creare un personaggio iconico quanto il suo Lord Voldemort, giocato però su un registro sorprendentemente ironico e, quando serve, di grande profondità emotiva. È una performance enorme, destinata a restare una delle più ricordate del 2026.
Merito va riconosciuto a chi sta gestendo questo ritorno: dopo Il Tempio delle Ossa è chiaro che 28 Anni Dopo non solo funziona, ma evolve. Curiosamente, il film sembra ribaltare l’approccio di Trainspotting (che lanciò la carriera di Danny Boyle) trasformando medicina e farmaci, ridotti a stregoneria artigianale, in strumenti per fendere la nebbia di una mente colonizzata dal trauma. Il messaggio è sorprendentemente contemporaneo: la possibilità di cura riguarda zombie e umani allo stesso modo. Il finale, in questo senso, è emblematico, perché trova umanità dove meno ce l’aspetteremmo, suggerendo senza proclami un invito a prendersi cura di sé, della propria mente, in un mondo che sembra sempre meno stabile, privo di quel "senso di sicurezza inscalfibile" che Kelson associa a prima della caduta dell'umanità.
Come già accaduto per il capitolo precedente, il film inciampa leggermente proprio nell’ultima scena, introducendo il prossimo capitolo con uno stacco spiazzante e una lezione morale forse troppo esplicita. È un mezzo passo falso, ma non intacca la forza complessiva dell’opera, lasciandoci davvero la voglia di scoprire un nuovo tratto di storia, di accompagnare un nuovo padre e concludere questa trilogia inaspettatamente avvicente.